“Cominciavo a comprendere che le parole sono armi potenti e che dovevo continuare a dire la verità per il bene del popolo afgano, per troppo tempo ridotto al silenzio”

Carissimi BookLovers,

eccomi qui con una nuova opinione dedicata, ancora una volta, a un’intesa voce femminile del panorama arabo-islamico. Dopo il Pakistan di Malala e l’Arabia Saudita di Rania al-Baz ci spostiamo dunque in Afghanistan, uno dei paesi più martoriati degli ultimi decenni.

 

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Autore – Malalai Joya
Anno prima pubblicazione – 2010
Casa editrice – Piemme
Pagine – 345
Prezzo – € 17,50

“Sono nata in un paese tragico, un paese il cui nome è Afghanistan. Per nascondere la mia identità sono costretta a viaggiare coperta dal burqa, che ai miei occhi è un odioso simbolo dell’oppressione femminile, una sorta di sudario per un essere vivente. Purtroppo, in Afghanistan, uccidere una donna è come uccidere un passero. Le ragazze continuano a essere vendute in matrimonio. Lo stupro continua a essere impunito, quotidianamente. Mentre scrivo queste parole la situazione sta progressivamente peggiorando, non solo per le donne ma per tutti gli afgani. È possibile che da queste affermazioni vi sentiate scioccati, perché sull’Afghanistan, la verità è stata nascosta da una cortina fumogena di parole e di immagini, polvere negli occhi del mondo.”

 È con questa intensa quarta di copertina che Malalai Joya ci trascina nel suo mondo, raccontandoci il suo Afghanistan dalla sua nascita al periodo contemporaneo. Attraverso un intreccio di vita privata e storia socio-politica del suo paese, questa donna è diventata negli anni il simbolo della lotta ai regimi corrotti dell’Afghanistan e ai suoi alleati, in particolare gli Stati Uniti. La voce della verità troppo spesso mascherata nei paesi occidentali, la voce dei deboli e degli inascoltati di un paese di cui denuncia la corruzione e la presenza al potere dei soliti signori della guerra, la voce delle donne e delle loro tragedie. Dall’invasione russa al regime dei talebani fino al governo di Karzai, l’Afghanistan è stato una pedina in mano agli interessi internazionali, ai criminali di guerra, ai fondamentalisti.

Malalai è solo una neonata quando i russi invadono l’Afghanistan. Il padre, attivista liberale e uomo progressista, lascia il suo paese e ben presto viene raggiunto dalla famiglia. I primi anni della sua infanzia e adolescenza Malalai li trascorre quindi fra i campi profughi dell’Iran e del Pakistan, dove ha la possibilità di frequentare la scuola e di istruirsi. Desiderosa di andare all’università ma consapevole di non averne i mezzi, neanche ventenne entra a far parte OPAWC (Organizzazione per il miglioramento delle condizioni della donna) e torna in Afghanistan per insegnare clandestinamente alle giovani ragazze cui i talebani negano il diritto all’istruzione. Trasferitasi in seguito nella regione di Farah, di cui è originaria, avvierà una serie di importanti iniziative per la popolazione, fra cui un orfanotrofio  e una clinica che diviene il punto di riferimento per la popolazione locale. Diventata un personaggio chiave nella vita della regione, inizia a muovere i primi passi in politica dopo l’invasione USA che segue all’11 settembre 2001. E subito si distingue per la sua voce fuori dal coro. Unica coraggiosa tra tanti progressisti ad aver denunciato l’onnipresenza nella politica afgana dei “signori della guerra”, criminali che con le loro ricchezze e la forza delle armi diffondono corruzione, morte e paura tra la povera gente. Parlamentare dal 2005 al 2007, viene esclusa per aver osato criticare pubblicamente e a livello internazionale il regime criminale di Karzai. La sua voce, già nota agli organi internazionali – politici, giornalisti, attivisti – ottiene un pubblico sempre più vasto. Mentre nel suo paese le minacce di morte non si placcano.

Due i punti principali su cui concentra la propria battaglia e per i quali viene costantemente minacciata: la corruzione degli organi di potere e la connivenza con i paesi occidentali e l’immagine distorta dell’Afghanistan che viene comunicata dai media

 “Nel corso dei miei viaggi nei paesi occidentali, molti mi dicono che la mia descrizione della realtà afgana è per loro assolutamente nuova. Questo perché i media dei loro paesi non descrivono affatto la tragica situazione dell’Afghanistan, ma si limitano ad affermare che «le cose stanno migliorando»”.

 e la condizione delle donne, che nella sua apparente ricerca di democrazia e modernità il governo afghano di oggi continua invece a tenere nell’ignoranza, a non tutelare davanti alle violenze, giustificando ancora una volta questi atti attraverso un’immagine distorta dell’Islam.

 “Le centinaia di donne afgane che si danno fuoco non si suicidano soltanto per sfuggire alla loro vita impossibile: lo fanno per chiedere giustizia. (…) Quale giorno potrà essere più bello di quello in cui a queste donne sarà data la possibilità di istruirsi e di raggiungere una consapevolezza politica?”

Malalai è diventata quindi la voce del popolo, la voce di donne e uomini che chiedono insistentemente un cambiamento, di coloro che non vogliono piegarsi alla violenza e desiderano dare nuovo lustro a un paese piegato dalla volontà internazionale e dai caprici di pochi.

Oggi Malali è costretta a vivere nascosta, cambia continuamente abitazione, è costantemente seguita dalle sue guardie del corpo, non ha una vera vita privata. Eppure continua a combattere con le parole per il popolo afgano e per le sue donne, non si è piegata ai criminali di guerra, sfida la morte, denuncia all’opinione pubblica di tutto il mondo gli interessi delle forze internazionali e la natura fondamentalista del “presunto” democratico governo Karzai con il suo uso della forza, le sue minacce, le leggi repressive nei confronti delle donne, la mancanza di giustizia, la connivenza con criminali di guerra e trafficanti di droga.

 “Per il bene dell’Afghanistan, non basta più esprimere le nostre critiche con garbo e moderazione. Potremo garantire la sicurezza di coloro che nel nostro paese amano davvero la democrazia soltanto se tutti insieme alzeremo la voce. Dobbiamo dar prova di un coraggio da leoni”.

E voi, cari lettori, cosa ne pensate? Vi aspetto per commentare insieme.

A presto.

 

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