“Sorella mia! Hai udito mai i defunti parlare dalla tomba?”

Carissimi BookLovers,

avete presente un libro che vi conquista sin dalla prima pagina e vi immerge pienamente con sé nella narrazione? Io l’ho trovato in questo romanzo che in poco più di cento pagine mi ha trascinato nella narrativa del giovane Verga, già preludendo lo squisito gusto con cui lo scrittore sarebbe riuscito negli anni a raccontare il mondo a lui contemporaneo.

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Autore – Giovanni Verga
Anno prima pubblicazione – 1870
Casa editrice – Mondadori
Pagine – 122
Prezzo – € 6,80

Storia di una capinera è un romanzo che coinvolge e sconvolge il lettore, portandolo direttamente dentro la storia attraverso le lettere che la giovane novizia Maria invia all’amica Marianna. Siamo così trasportati subito nella campagna siciliana dove la nostra protagonista si rifugia con la famiglia per sfuggire all’epidemia di colera che ha colpito Catania. Qui la giovane può per la prima volta assaporare il gusto della libertà fuori dalle mura del convento. La felicità per la vita di campagna si accompagna anche al ritrovato senso di appartenenza alla famiglia e alla possibilità di stringere rapporti sociali. In questo bucolico paesaggio per la prima volta Maria sente nascere dentro di se un sentimento forte e coinvolgente per Nino, figlio di alcuni amici di famiglia. Un amore puro e innocente che si contrappone alla sua futura vita da suora e che viene vissuto come una malattia. Scoperto che Nino ricambia i suoi sentimenti, Maria è comunque costretta a tornare in convento e a prendere i voti, anche se il raccoglimento e la vita di clausura acuiscono il suo senso di inquietudine e la sua malattia.

Unico io narrante della vicenda, Maria ci permette di penetrare i suoi più intimi pensieri fino a condurci con lei nei meandri della follia per quell’amore così duramente combattuto ma che non riesce a placare. La scelta del romanzo epistolare diventa in questo caso vincente, poiché il lettore può vedere direttamente con gli occhi di Maria senza per questo venire influenzato, ma anzi riuscendo a cogliere attraverso le sue righe la realtà spesso travisata dalla giovane.

Maria è un personaggio che conquista fin dall’inizio con quella sua innocenza e freschezza, il modo infantile di raccontare il suo ritorno alla vita, la presa di coscienza del proprio sentimento, l’incapacità di imporsi a un destino segnato per lei da altri, la paura verso una vocazione che non sente propria ma non vuole al contempo tradire.

“Mi pare che tutti mi fuggano; sono odiosa a me stessa. Hanno ragione, sono molto colpevole! Dio solo può perdonarmi: Dio verso di cui ho peccato amando una sua creatura più di lui”.

 Al contrario, appaiono vuoti ed egoisti gli altri membri della famiglia. Animo buono e fiducioso, Maria non coglie nessuno dei segnali che le rivelano la loro indifferenza ai suoi sentimenti e le sue lettere esprimono invece una fiducia cieca nell’amore della famiglia. La felicità di stare per la prima volta con i suoi cari le impedisce di cogliere l’atteggiamento di superiorità e indifferenza della sorella Giuditta e i frequenti segni di intolleranza della matrigna, figura decisiva nel determinare il suo destino costringendola alla clausura forzata anche in casa quando si accorge del sentimento nascente fra Maria e Nino, mentre il padre è la figura debole e incapace di opporsi ai desideri della moglie.

“La mamma (…) mi parlò lungamente de’ suoi doveri, dei miei, della mia vocazione, dalla necessità impostami dalla mia povertà di dar retta a quella vocazione. Mi parlò dei pericoli che una ragazza destinata la chiostro può incontrare anche nelle più semplici relazioni (…)”

Maria è una vittima dei tempi – in cui molte figlie venivano “sacrificate” per motivi economici al convento sin dalla tenera infanzia – e della propria famiglia – entra in convento a seguito della morte della madre e del nuovo matrimonio del padre.

Nel romanzo si possono dunque cogliere due livelli di significato. L’intento iniziale di Verga di narrare una storia d’amore impossibile e incontrollabile – basato anche su molte storie vere – si incontra con l’interpretazione che sin dall’epoca fu data di denuncia della condizione femminile.

La vicenda di Maria è quella di tante altre ragazze costrette alla clausura – e qui i miei ricordi vanno inevitabilmente a un simbolo di questa condizione quale fu la monaca di Monza – che ebbero o la fortuna di non conoscere il mondo esterno o la forza di subire in silenzio il proprio destino. E poi ci sono le tante “Maria” che come lei non riuscirono a negare la loro voglia di vivere e di amare. Il loro destino di morte, se non fisica almeno nell’anima, Maria lo narra con intensità quando descrive come una discesa nella tomba la cerimonia di consacrazione alla vita monastica.

 “Tutta quella gente vestita a festa? Tutti quei suoni, tutti quei lumi erano per me?… Ed io ho potuto acconsentire a morire?… Ho voluto morire?”

Un’immagine in chiara contrapposizione con quella delle prime lettere, in cui Maria descrive la gioia provata in quel paesaggio ameno di campagna.

“Com’è bella la campagna, Marianna mia! Se tu fossi qui, con me! Se tu potessi vedere codesti monti, al chiaro di luna o al sorger del sole, e le grandi ombre dei boschi, e l’azzurro del cielo, e il verde delle vigne che si nascondono nelle valli e circondano le casette, e quel mare ceruleo, immenso, che luccica laggiù, lontan lontano…”

Inutile dire che ho amato moltissimo questo libro. Intenso, passionale, mai banale, veritiero, scritto con un linguaggio scorrevole e capace di rappresentare in tutto e per tutto le sfumature di pensiero della protagonista. Verga ci lascia un personaggio indimenticabile, unico barlume di umanità in una storia tragica e, ahimè, fin troppo reale.

E voi, cari lettori, cosa ne pensate? Vi aspetto per commentare insieme!

A presto!

 

 

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