“Tuttavia mi costringo a rispettare le regole di vita che mi sono imposta in nome della morale religiosa”

Carissimi BookLovers,

eccomi di ritorno con un’altra storia femminile dal mondo arabo-islamico. L’8 marzo infatti è stato galeotto nel farmi incontrare dei libri che trattano della condizione della donna e, dopo Malala, mi sono buttata a capofitto in questa storia forte e commovente che voglio condividere con voi.

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Autore – Rania al-Baz
Anno prima pubblicazione – 2006
Casa editrice – Sonzogno
Pagine – 230
Prezzo – € 15,00

Testimonianza diretta della protagonista, Sfigurata è la storia dei primi 29 anni di vita di Rania al-Baz, famosa giornalista televisiva saudita sfigurata, nel vero senso del termine, da un marito violento e geloso. Ma oltre la sua biografia, questo libro è un racconto sulla condizione femminile in Arabia Saudita e sulla lotta delle donne per i loro diritti.

Il libro di Rania è proprio un inno alla religione islamica, alla sua cultura, al suo paese, un modo per dimostrare che la condizione di inferiorità così radicata non dipende, come non ci si deve mai stancare di ripetere, dall’Islam in sé ma da sue cattive e macchinate interpretazioni. Come ci viene rivelato già dalla quarta di copertina, dove si legge che Rania ha

“osato denunciare pubblicamente il marito sfidando tutte le leggi musulmane. Senza mai condannare l’Islam o la terra che le ha dato i natali. Perché vuole dimostrare che le donne, anche dove la tradizione è così radicata, possono e devono essere trattate come esseri umani senza per questo rinnegare le loro origini e la loro religione”.

Ancora  una volta quindi la vita di una donna si intreccia con gli usi e i costumi di un paese in cui pian piano le donne si stanno facendo strada e stanno acquisendo un certo grado di autonomia.

Rania dimostra sin da subito la sua indole ribelle, insolita per una musulmana, sfidando spesso il padre e le sue regole, saltando la scuola, nutrendosi di musica e di letteratura, divorziando giovanissima, iniziando a lavorare per un’emittente televisiva come inviata. Eppure non sfida mai la propria cultura e la propria morale religiosa. Porta il velo, si fa accompagnare dagli uomini della famiglia, si vergogna del divorzio, non ama parlare della sua vita privata, si ostina in ogni modo a voler salvare il proprio matrimonio, è una cuoca e casalinga perfetta. Vuole essere libera ma in questa libertà non vede una fuga dalla religione, solo un modo altro e nuovo di vivere la propria vita.

“Perché, sia chiaro, rispetto il mio Paese e l’Islam, non vorrei che si pensasse che io combatto contro l’uno o l’altro. Né il Corano né le leggi saudite autorizzano l’uomo a picchiare la moglie. Voglio puntualizzare che non condanno le nostre tradizioni, né la nostra cultura, né le nostre regole, ma che mi ribello a quelli che le hanno travisate, che hanno fondato un nuovo codice nel nome di Allah”.

E paga a duro prezzo la sua voglia di lavorare ed essere indipendente quando si rende conto che la gelosia del marito dipende dal suo successo, quando ormai è chiaro che lei è la star della famiglia – lui infatti è un cantante senza successo e con numerosi fallimenti lavorativi alle spalle, lei quella che mantiene economicamente la famiglia.

“Rachid ha cercato di distruggermi perché ho rifiutato di sottomettermi. Non ero più una sua proprietà, un oggetto, e lui non era più il maschio dominante”.

 La notizia della sua aggressione fa il giro del mondo, Rania diviene il simbolo della lotta per l’emancipazione femminile, il suo bellissimo viso deturpato è su tutti i giornali, le associazioni femminili se la contendono. E lei decide di partecipare alla lotta per la libertà di tutte le donne musulmane e per riabilitare la loro immagine agli occhi di coloro che

“la dipingono senza sfumature come una schiava. Nessuno spiega che anche lei è legata alla sua religione, alla sua cultura, alle sue tradizioni; non è detto che consideri un peso tutto ciò che le viene imposto”.

Rania appartiene a quell’élite di donne la cui famiglia appoggia l’istruzione femminile, frequenta l’università, ha un bagaglio culturale che le permette di vedere con occhi critici la posizione femminile nel suo paese, la critica ma non la condanna, consapevole che il cambiamento sarà lento e non indolore, che non basteranno le leggi ma che per arrivare a riabilitare la donna occorrerà passare per la rieducazione della società tutta, che è il passo più difficile da affrontare.

Eppure anche lei negli anni è passata attraverso il ruolo femminile che la tradizione le ha assegnato. A soli 15 anni si sposa con un uomo che non conosce. Ma la sua condizione non la spaventa, è la norma. Come lei stessa afferma

“sono osservante e credo che Dio deciderà per me. (…) se per caso andasse male, me la prenderei solo con me stessa e cercherei di migliorare dedicandomi totalmente allo sposo che Allah ha scelto. Per me un marito è come un melone sul banco del mercato (…). Le storie d’amore sono male accolte in Arabia. (…) Educata secondo questa tradizione, come potrei immaginare l’amore quando mi dicono che sto per sposarmi? L’amore non fa parte della mia cultura, è un sentimento che non conosco”.

Altro tema caro al libro è il rapporto madre-figlia. Pian piano vediamo dischiudersi il guscio di un sentimento che va oltre il rapporto familiare, che si trasforma in amicizia. La madre diventa la confidente e si confida a sua volta, svelando una vita di tristezza, oppressione, limiti, autoritarismo e intolleranza da parte del marito. Il lavoro diventa la sua via di fuga. La dove il marito vede il tornaconto economico questa donna si riappropria della sua identità. Il lavoro è quel piccolo angolo di indipendenza interiore che prega la figlia di non lasciarsi sfuggire.

“Lavora Rania, ti supplico, lavora, almeno sarai libera dentro”.

Dopo l’aggressione la vita di Rania è cambiata, così come la percezione del suo ruolo della società. Dopo molti interventi di ricostruzione al volto è stata ancora una volta capace di un gesto di grande coraggio. Perdonare il marito per il bene dei figli. Evitandogli una pena a 10 anni di carcere ma soprattutto la fustigazione sulla pubblica piazza. E ottenendo in cambio l’affidamento esclusivo dei figli.

Leggere questi libri su temi che sono sempre di attualità ci aiuta a riflettere sul lungo lavoro che ancora bisogna compiere per le donne in tutto il mondo. Ma sono anche uno strumento per informarci e allargare i nostri orizzonti. I frammenti di vita che ci vengono regalati da queste donne-coraggio sono un modo per infrangere i pregiudizi e gli stereotipi di cui è intriso il punto di vista occidentale sulla figura femminile nel mondo arabo.

 E voi, cari lettori, cosa ne pensate?

Vi aspetto per commentare insieme.

A presto.

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