Carissimi Book Lovers,

eccomi di ritorno con una nuova opinione. Devo dire che ero un po’ indecisa su cosa postare oggi, poi ho pensato di dare un’opportunità a questo libro, che sinceramente non ho amato, per vedere invece cosa ne pensano gli altri lettori.

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Autore – Jane Shemilt
Anno prima pubblicazione – 2014
Casa editrice – Newton Compton
Pagine – 328
Prezzo – € 9,90

Trama Newton Compton

Jenny è un medico, sposata con un noto neurochirurgo e madre di tre adolescenti. Ma quando la figlia quindicenne, Naomi, non fa ritorno a casa dopo scuola, la vita perfetta che Jenny credeva di essersi costruita va in pezzi. Le autorità lanciano l’allarme e parte una campagna nazionale per cercare la ragazza, ma senza successo: Naomi è scomparsa nel nulla e la famiglia è distrutta. I mesi passano e le ipotesi peggiori – omicidio, rapimento – diventano sempre più plausibili, ma in mancanza di indizi significativi l’attenzione sul caso si affievolisce. Jenny però non si arrende. A un anno dalla scomparsa della figlia, sta ancora cercando la verità, anche se ogni rivelazione, ogni tassello, sembra allontanarla dalle certezze che aveva. Presto capisce che le persone di cui si fidava nascondono terribili segreti, Naomi per prima. Seguendo le flebili tracce che la ragazza ha lasciato dietro di sé, Jenny si accorgerà che sua figlia è molto diversa dalla ragazza che pensava di aver cresciuto.

La mia opinione

Devo premettere che questo è il primo libro nel blog di cui non parlo in maniera entusiasta. Il giorno in cui ho comprato Una famiglia quasi perfetta sono capitata in libreria per caso, e questo libro mi ha attirata per la posizione privilegiata sul suo leggio di plastica, la copertina che lo proponeva come un grande thriller e la trama accattivante. Avevo quindi aspettative molto alte che nel corso della lettura sono state però pian piano deluse. Mi aspettavo un libro ad alto tasso di suspense e una storia incalzante, invece mi sono ritrovata ingarbugliata in una narrazione lenta e per molti versi inconcludente.

La scomparsa della figlia Naomi, infatti, non è altro che l’espediente per entrare nel personaggio della madre e guardare da vicino lo sgretolarsi del castello in aria che questa donna si era costruita sulla sua famiglia. Nella sua mente tutti i membri della famiglia vengono idealizzati mentre, al contrario, sembra che nessuno di loro provi un vero affetto per lei, e i figli la guardano quasi con fastidio. Il motivo tuttavia non è chiaro. E da questo punto di vista contribuisce anche la scelta di narrare le vicende dal solo punto di vista di Jenny. La narrazione perde tridimensionalità e gli stessi personaggi appaiono monodimensionali, tratteggiati sempre e comunque attraverso lo sguardo di Jenny.

Non si spiega quindi questo astio dei figli verso la madre. Né con il fatto che Jenny li idealizzi, né con il fatto che lei faccia pressioni e loro abbiano paura di deluderla, visto che comunque nessuno di loro nasconde i propri tratti negativi – solo Jenny non riesce a coglierli – e che buona parte della loro rabbia è comunque rivolta verso la madre.

Il dialogo, prima della scomparsa di Naomi, sembra il grande assente nella famiglia. E anche dopo, ogni confronto è filtrato dallo sguardo di Jenny. Sarebbe stato interessante capire cosa scateni nei figli il distacco dalla figura materna ascoltando anche le loro voci raccontare la vita prima della scomparsa di Naomi. Anche perché nessuno degli altri membri della famiglia sembra effettivamente preoccupato della scomparsa della ragazza, di cui sembrano incolpare proprio l’atteggiamento della madre nei confronti della figlia.

Può sembrare strano, ma proprio quello di Naomi è il personaggio che ho apprezzato meno. Lei, che compare solo attraverso i ricordi dei suoi famigliari, si trasforma da figlia e studentessa modello a ragazzina ribelle. Non posso spiegare questo suo atteggiamento con la solita espressione di ribellione adolescenziale e la paura di tradire la fiducia della madre. Questo perché dal racconto emergono pian piano gli atteggiamenti tipici di una persona egoista, egocentrica e viziata, che ancora una volta Jenny giustifica, finendo per perdere i segnali della tragedia imminente.

L’unica che può creare empatia nel lettore è quindi Jenny con la sua “colpa” di aver idealizzato i membri della sua famiglia e di aver chiuso gli occhi. Ma anche qui è difficile giudicare. Senza un punto di vista altro se non il suo, senza una traccia della vita famigliare prima della tragedia, è impossibile ricostruire un ritratto a tutto tondo della donna. Possibile che conoscendo Jenny “prima”, si possa creare un’inversione dei personaggi in cui Naomi è la vittima e Jenny il colpevole? Che si possa dare risposta agli atteggiamenti e alle scelte della figlia?

La stessa conclusione svela il mistero ma non da risposte soddisfacenti. Perché? è la domanda che mi è rimasta impigliata in gola durante la faticosa lettura e anche se il finale spiega il mistero intorno alla scomparsa di Naomi e propone un simbolico rappacificamento madre-figlia, il resto delle dinamiche familiari e il comportamento dei figli continua in buona parte a sfuggire.

In conclusione, il libro si legge, non è del tutto sconsigliabile forse però le aspettative intorno alla storia sono un po’ troppo alte quando si presenta questo libro come un fenomeno letterario, etichetta che non riesco a condividere.

E voi, cari lettori, cosa ne pensate? Vi aspetto per commentare insieme.

A presto.

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