Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni animali sono più uguali di altri

Carissimi BookLovers,

eccomi qui con una nuova recensione. Da poco scorrevo i titoli della mia libreria e ho notato, con un certo stupore, che ancora non avevo letto questo libro, che pure stava lì da ormai un annetto. Ho così deciso di rompere gli indugi e di rimediare.

Autore – George Orwell
Anno prima pubblicazione – 1945
Casa editrice – Oscar Mondadori
Pagine – 125
Prezzo – € 9, 50

La trama

Nella Fattoria Padronale del signor Jones gli animali vivono una vita piuttosto deludente. Lavorano sodo, vengono maltrattati, sono spesso denutriti. A peggiorare la situazione, il signor Jones è del tutto incapace di gestire gli affari, e la fattoria sta cadendo in disgrazia. Facendo proprio il messaggio di Ribellione lasciato loro dal Vecchio Maggiore, il maiale più saggio della fattoria, prima della sua morte, gli animali riescono a cacciare il signor Jones e gli altri uomini, realizzando il primo – utopico – progetto di fattoria gestita da soli animali e basata su sentimenti di uguaglianza e fraternità. La nuova Fattoria degli Animali ha una sua bandiera, un suo inno, si basa su sette comandamenti che incarnano i principi chiave dell’Animalismo. Pian piano però i maiali, in virtù della loro – pretesa – superiorità intellettiva, si impongono come giuda tirannica e prevaricatrice sugli altri animali.

La mia opinione

Non è un caso se La Fattoria degli Animali è considerato un classico della narrativa del Novecento. Pubblicato nel 1945 con non poche difficoltà, il libro è un’aperta satira nei confronti del totalitarismo, e in particolare del modello socialista sovietico in un periodo in cui l’URSS era alleata delle più importanti potenze capitaliste. Per questo la sua pubblicazione fu ostacolata dallo stesso ministero dell’Informazione, e Orwell si schierò apertamente contro questa forma di censura con il saggio La libertà di stampa, con il quale sperava di aprire una breccia per un libro che aspettava ormai da due anni di vedere la luce. Sebbene, per stessa ammissione di Orwell, il modello della critica sia appunto l’Unione Sovietica, è indubbio che il fallimento dei principi ispiratori della nuova società animalesca possa ricondursi a qualsiasi forma di totalitarismo o, comunque, a qualsiasi rivoluzione sia nata da positivi principi di uguaglianza, per poi virare verso forme autoritarie. Questo perché prendendo a modello i regimi che si sono susseguiti nel corso del tempo, appare evidente come in coloro che presero il potere col fine giustificato di proteggere le masse e di far rispettare i principi fondatori si siano poi incarnati i veri tiranni.

In La Fattoria degli Animali il modello negativo sono gli uomini che con la loro avidità, il loro egoismo, i loro scelerati vizi e agi impediscono il formarsi di una società giusta, dove ognuno lavora in base alle proprie capacità e ognuno ricava il meglio dal proprio lavoro. La virata finale della storia mostra invece come sia il gusto del potere a far naufragare i sani principi e a far distorcere gli animi, e come nessuno, neppure i virtuosi animali che combatterono strenuamente per la libertà, sia immune. Così i maiali cambiano pian piano i comandamenti cardine dell’Animalismo, arrivando a sentenziare che

“Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni animali sono più uguali di altri”.

In loro si andranno quindi a incarnare i vizi umani che gli animali avevano così a lungo cercato di eliminare, finché

“agli animali che dall’esterno fissavano la scena sembrò che stesse accadendo qualcosa di bizzarro. Cos’era cambiato nelle facce dei maiali? (…) Dall’esterno le creature volgevano lo sguardo dal maiale all’uomo, e dall’uomo al maiale, e ancora dal maiale all’uomo: ma era già impossibile distinguere l’uno dall’altro.”

Il libro si impone come simbolo di una narrativa utopica che ha come scopo la fondazione di società giuste, rette da principi di uguaglianza e fraternità, ma vira irrimediabilmente verso l’opposto principio della distopia. Riprendendo i temi della favola classica, in cui gli animali erano assunti a simbolo dei vizi e delle virtù umane, Orwell incarna nei singoli protagonisti sia gli atteggiamenti tipici degli uomini sia gli stereotipi con cui la cultura umana vede e interpreta il carattere degli animali. Così gli intelligenti maiali sviluppano egoismo e avidità, i cavalli sono i lavoratori instancabili, i cani i seguaci fedeli di chi li nutre e addestra, la gatta l’animale schivo che riesce sempre a farla franca, l’asino colui che nasconde la propria intelligenza dietro un muro di ostinazione e menefreghismo, che non pensa mai né positivo né negativo, che sembra aver capito tutto ma non si sforza di cambiare la situazione.

Questa in breve la mia personalissima esperienza con il libro di Orwell. La recensione non vuole certo dirsi esaustiva di tutto ciò che ancora si potrebbe dire su quest’opera allegorica e i suoi rapporti con la narrativa utopica e distopica tanto cara a molti autori del primo Novecento. Non si può certo pensare di approcciarsi a La Fattoria degli Animali senza documentarsi, anche solo attraverso le prefazioni e le postfazioni al romanzo. Ho voluto qui fornire un piccolo assaggio di cosa aspetta il lettore che si immerge in quella che a prima vista potrebbe sembrare poco più che una favola. La lettura d’altra parte è così scorrevole, l’empatica che si crea con gli animali è così forte, così intenso il senso di partecipazione che suscitano i poveri lavoratori e quello di indignazione che invece suscitano i maiali, da far respirare al lettore di oggi, sicuramente poco avvezzo a condizioni di vita come quelle raccontate, il clima che si poteva respirare nei paesi totalitari.

Chi di voi, miei cari lettori, si è già cimentato con questa lettura? Cosa ne pensano invece coloro che non l’hanno ancora fatto? Siete almeno un po’ incuriositi?

Aspetto i vostri commenti per discuterne insieme.

A presto.

Annunci